Il caso Carlo Mosca: dall’arresto per omicidio all’assoluzione e al risarcimento per ingiusta detenzione
Carlo Mosca, ex primario del pronto soccorso di Montichiari (Brescia), fu accusato durante la prima ondata di Covid-19 di aver somministrato farmaci letali a pazienti per “liberare posti letto”.
Arrestato il 25 gennaio 2021 e posto ai domiciliari, Mosca ha trascorso 522 giorni in custodia cautelare prima di essere totalmente scagionato.
La vicenda giudiziaria – dall’ordinanza di custodia cautelare alla sentenza definitiva di assoluzione – mette in luce le gravi conseguenze di un’ingiusta detenzione, conclusasi nel 2025 con il riconoscimento di un risarcimento economico allo stimato medico.
Nei paragrafi seguenti ricostruiamo in dettaglio le accuse, gli esiti processuali, i provvedimenti dei magistrati coinvolti e il quadro normativo sull’ingiusta detenzione.
Arresto e accuse iniziali
L’inchiesta a carico del dott. Carlo Mosca scattò a seguito della segnalazione di due infermieri del suo reparto, insospettiti da alcune richieste anomale del primario durante l’emergenza Covid del marzo 2020. In una chat intercettata dagli inquirenti, un infermiere riferì: “Anche a voi ha chiesto di somministrare i farmaci senza intubarli? Io non ci sto a uccidere questi solo perché vuole liberare i letti”, a cui un collega rispose “Sono d’accordo con te, questo è pazzo”.
Questi scambi – inseriti nell’ordinanza cautelare – delineavano il sospetto che il primario stesse deliberatamente somministrando Succinilcolina e Propofol (farmaci anestetici e miorilassanti usati per l’intubazione) a pazienti affetti da Covid senza intubarli, provocandone la morte.
Sulla base delle indagini condotte dai NAS dei Carabinieri e delle testimonianze raccolte, la Procura di Brescia ipotizzò a carico di Mosca il reato di duplice omicidio volontario pluriaggravato, accusandolo di aver causato il decesso di due pazienti (un 61enne e un 79enne ricoverati a marzo 2020) attraverso la somministrazione di farmaci “non compatibili con la vita”.
Inoltre, gli venne contestato anche il falso in atto pubblico, sospettando che avesse alterato le cartelle cliniche per coprire le azioni imputate.
Il Giudice per le Indagini Preliminari Angela Corvi accolse la richiesta della PM Federica Ceschi disponendo l’ordinanza di custodia cautelare ai domiciliari per Mosca.
Nelle motivazioni dell’ordinanza, il GIP Corvi parlò esplicitamente di “piena consapevolezza e volontà di uccidere” da parte del medico, ritenendo che lo scopo fosse “liberare non solo posti letto, ma anche risorse umane, fisiche ed emotive” del personale sanitario.
La misura restrittiva fu giustificata dal rischio di reiterazione del reato e dall’ipotesi di inquinamento delle prove, vista la gravità delle accuse e il ruolo apicale ricoperto da Mosca.
Due giorni dopo l’arresto, durante l’interrogatorio di garanzia, Carlo Mosca respinse con fermezza ogni addebito proclamandosi innocente.
Assistito dagli avvocati Michele Bontempi ed Elena Frigo, cercò di fornire la propria versione al giudice, ma il GIP decise di mantenere la misura cautelare giudicando non sufficienti, in quella fase, le argomentazioni difensive per revocare gli arresti domiciliari.
Iniziava così per Mosca un lungo periodo di detenzione domiciliare in attesa del processo, con pesanti ripercussioni sulla sua vita personale e professionale (sospensione dal servizio immediata da parte dell’ASST di Brescia).
Il processo di primo grado (Corte d’Assise)
Il dibattimento di primo grado si è svolto dinanzi alla Corte d’Assise di Brescia.
La pubblica accusa, rappresentata dal PM Ceschi, durante il processo ha sostenuto con convinzione la tesi omicidiaria: al termine del dibattimento il PM chiese una condanna a 24 anni di reclusione per Mosca.
Va evidenziato che sin dall’inizio del processo emersero contraddizioni nelle deposizioni dei due infermieri accusatori, sulle quali la difesa ha insistito per minarne la credibilità.
In aula, il dottor Mosca si è sempre proclamato innocente, parlando apertamente di un “complotto” ai suoi danni orchestrato da chi voleva incastrarlo: «Io non ho somministrato il Propofol. Qualcuno ha voluto farmi del male e può averlo iniettato a paziente già morto», dichiarò nel corso del processo.
Il 1º luglio 2022 la Corte d’Assise di Brescia emise la sentenza di primo grado: assoluzione piena di Carlo Mosca perché “il fatto non sussiste”, equivalente a “non aver commesso il fatto”.
Dopo 522 giorni trascorsi in detenzione cautelare (dal 25/01/2021 al 01/07/2022) il medico fu immediatamente liberato e poté tornare in libertà.

Nelle motivazioni della sentenza di assoluzione, depositate successivamente, i giudici smontano in toto il castello accusatorio e usano parole durissime: “È stata un’accusa calunniosa di omicidio, tanto più infamante in quanto rivolta a un medico, ossia a una persona avente vocazione salvifica e non certo esiziale”, scrive il presidente della Corte d’Assise Roberto Spanò.
La Corte sottolinea le enormi sofferenze inflitte all’imputato da questa vicenda: Mosca ha patito “un’ingiusta e prolungata limitazione della libertà personale e rischiato di subire una condanna all’ergastolo, con gravissime ripercussioni sul piano umano e professionale, cui il verdetto assolutorio può porre solo parziale rimedio”.
Da queste frasi emerge chiaramente come i giudici di primo grado ritennero Mosca vittima di un’accusa senza fondamento.
Anzi, ravvisando possibili profili di dolo da parte di chi lo aveva accusato, la Corte d’Assise dispose la trasmissione degli atti alla Procura affinché valutasse il reato di calunnia a carico dei due infermieri che avevano sollevato le accuse.
I due sanitari – identificati come Michele Rigo e Massimo Bonettini – secondo i giudici potrebbero aver fornito dichiarazioni false e preordinate, al punto che la Corte ritenne opportuno segnalarli formalmente all’autorità inquirente.
In sostanza, il verdetto di primo grado non solo affermava l’innocenza di Mosca, ma lasciava intendere che i veri autori di un comportamento illecito potessero essere i suoi accusatori.
L’appello e la fine del processo (assenza di ricorso in Cassazione)
La Procura di Brescia impugnò l’assoluzione e il caso approdò così in secondo grado. Il processo d’appello si celebrò il 13 ottobre 2023 presso la Corte d’Assise d’Appello di Brescia.
Anche in secondo grado l’esito fu favorevole all’imputato: la Corte d’Appello confermò l’assoluzione di Mosca, ma con la cosiddetta formula dubitativa. Nelle motivazioni della sentenza d’appello (depositate nel gennaio 2024) i giudici spiegano infatti di aver assolto l’ex primario per insufficienza di prove a supporto di un verdetto di colpevolezza.
In particolare, la Corte d’Assise d’Appello evidenzia che “gli elementi accusatori a carico dell’imputato sono insufficienti per addivenire a un’affermazione di colpevolezza”, riconoscendo che è “impossibile escludere ipotesi alternative a quella che vede Mosca utilizzare quelle fiale per cagionare la morte” dei pazienti.
In altre parole, anche se non ha affermato con certezza la falsità dell’accusa, il giudizio d’appello ha ribadito che permane un ragionevole dubbio sulla dinamica dei fatti, dubbio che impone l’assoluzione per il principio in dubio pro reo.
Pur con un tono più cauto rispetto al primo grado, anche la sentenza d’appello lascia trapelare forti perplessità sul comportamento degli accusatori. I giudici di secondo grado notano che i due infermieri, convintisi fin da subito della colpevolezza di Mosca, si siano “fin troppo immedesimati nel ruolo di investigatori”, finendo per creare artificiosamente prove altrimenti inesistenti nel loro “iperattivismo investigativo”.
Questa valutazione suggerisce che le evidenze a carico del medico potrebbero essere state alterate o enfatizzate proprio da chi lo accusava, sebbene la Corte d’Appello precisi di non poter affermare con certezza che siano stati gli infermieri a “confezionare ad hoc la falsa prova”.
Resta il fatto che, anche in appello, nessun elemento concreto ha mai collegato in modo univoco Mosca alla morte dei pazienti, consolidando il giudizio di non colpevolezza.
Dopo la sentenza di secondo grado, la Procura Generale di Brescia decise di non proporre ricorso per Cassazione, accettando il verdetto d’appello.
Di conseguenza, l’assoluzione di Carlo Mosca è divenuta definitiva a febbraio 2024, trascorsi i termini per l’impugnazione.
Non essendo stato promosso alcun giudizio di terzo grado, la Corte di Cassazione non è intervenuta nel merito: il caso si è dunque chiuso in appello, con la piena conferma dell’innocenza del medico.
Per Mosca si è concluso così un incubo giudiziario durato tre anni, dal clamore mediatico dell’arresto all’agognata riabilitazione finale.
La detenzione cautelare: 522 giorni ai domiciliari
Un aspetto cruciale di questa vicenda riguarda la detenzione subita da Mosca prima dell’assoluzione.
Come detto, l’ex primario è rimasto agli arresti domiciliari per 17 mesi e mezzo, dal giorno dell’arresto (25 gennaio 2021) fino alla pronuncia della sentenza di primo grado (1 luglio 2022).
In totale si tratta di 522 giorni di privazione della libertà personale trascorsi nella casa di famiglia a Persichello (Cremona).
Durante questo periodo Mosca non ha mai potuto riprendere servizio né condurre una vita normale: l’ordinanza cautelare gli imponeva di rimanere confinato in abitazione, con tutte le restrizioni del caso.
È importante sottolineare che Mosca non è mai stato scarcerato nel corso del processo sino all’assoluzione. Fin dall’inizio la difesa aveva chiesto la revoca o l’attenuazione della misura, ritenendo insussistenti i presupposti di pericolo, ma tali istanze non hanno avuto esito positivo.
Già nell’immediato interrogatorio post-arresto, il GIP confermò la custodia ai domiciliari, come visto. Successivamente, non risultano accoglimenti di richieste di scarcerazione: Mosca ha dovuto attendere il verdetto di primo grado per vedere cadere ogni misura restrittiva.
Il 1º luglio 2022, con la sentenza di assoluzione, la Corte dispose l’immediata liberazione del medico, revocando contestualmente gli arresti domiciliari in quanto veniva meno ogni esigenza cautelare a seguito della declaratoria di non colpevolezza.
In altre parole, Carlo Mosca ha scontato 522 giorni di detenzione da innocente, imputati di un crimine per il quale sarebbe stato infine dichiarato estraneo.
Questo periodo di privazione – sebbene trascorso in casa e non in carcere – ha avuto un forte impatto sulla sua vita.
Basti pensare che, qualora fosse stato giudicato colpevole, Mosca avrebbe rischiato una condanna all’ergastolo; egli ha vissuto per molti mesi con questa prospettiva, subendo uno stigma pubblico notevole.
Il suo nome è finito sui media nazionali come “il primario che uccideva i pazienti Covid”, provocandogli un danno reputazionale ingente oltre alla sofferenza personale e familiare.
Tutto ciò pur essendo, in definitiva, innocente: una situazione che configura appieno l’ingiusta detenzione, ovvero la detenzione subita da un cittadino poi risultato non colpevole.
La richiesta di risarcimento per ingiusta detenzione
Ottenuta l’assoluzione definitiva, per Carlo Mosca si apriva la possibilità di chiedere allo Stato il ristoro per i mesi passato agli arresti da innocente.
La legge italiana, infatti, prevede un indennizzo economico – la cosiddetta riparazione per ingiusta detenzione – in favore di chi sia stato sottoposto a custodia cautelare e poi prosciolto con sentenza irrevocabile.
Forte di una pronuncia che certificava la totale estraneità ai fatti contestati (“per non aver commesso il fatto”), nel novembre 2024 Mosca – tramite i suoi legali Bontempi e Frigo – ha presentato un’istanza di riparazione per ingiusta detenzione alla competente Corte d’Appello di Brescia.
La vicenda è così tornata nelle aule giudiziarie, seppur in sede civile, per quantificare il danno patito dal medico.
L’udienza davanti alla Corte d’Appello (sezione per le riparazioni) si è tenuta il 22 novembre 2024.
In quella sede è emerso un dato significativo: la Procura Generale non si è opposta alla richiesta di indennizzo di Mosca, anzi si è dichiarata favorevole al suo accoglimento.
Ciò significa che la stessa pubblica accusa ha riconosciuto la fondatezza della pretesa risarcitoria, alla luce dell’ingiustizia subita dall’ex primario.
La Corte si è riservata la decisione e, dopo alcuni mesi di valutazione, ha emesso il suo responso nella primavera 2025.
Nell’aprile 2025 la Corte d’Appello di Brescia ha accolto l’istanza di riparazione presentata da Mosca, riconoscendogli un indennizzo per ingiusta detenzione. In particolare, i giudici hanno liquidato una somma pari a circa 104.000 euro in favore del medico.
Questo importo corrisponde a circa 200 euro per ciascun giorno trascorso da Mosca agli arresti domiciliari. Si tratta di una cifra superiore alla media “tabellare” prevista usualmente in casi del genere: in base ai parametri standard, infatti, l’indennizzo tende ad essere attorno a 100-120 euro per giorno di detenzione domiciliare (come dettagliato più avanti).
Nel caso di Mosca la Corte ha quasi raddoppiato l’indennizzo giornaliero, motivando questo riconoscimento aggiuntivo con le particolari sofferenze e danni subiti dal richiedente.
Nella decisione si legge, ad esempio, che si è tenuto conto della “forte esposizione mediatica” avuta dalla vicenda e del conseguente detrimento reputazionale sofferto dal medico in quanto accusato infamemente di un crimine tanto grave.
Tale notorietà negativa ha inciso pesantemente sulla vita di Mosca, ed è stata considerata un pregiudizio “ultroneo” (cioè aggiuntivo) rispetto alle normali conseguenze di una detenzione, giustificando un risarcimento più elevato.
Nel determinare il risarcimento, la Corte d’Appello ha anche dovuto verificare che sussistessero tutti i presupposti di legge per concedere la riparazione. In base all’art. 314 del codice di procedura penale, l’indennizzo spetta solo se il soggetto non ha concorso con dolo o colpa grave a causare o prolungare la propria detenzione ingiusta.
Ciò significa, ad esempio, che la riparazione può essere negata se il detenuto ha tenuto condotte extraprocessuali o processuali che abbiano tratto in inganno o ostacolato gli inquirenti (si pensi a chi rende dichiarazioni false, depista le indagini o anche – secondo un’interpretazione restrittiva – si avvale della facoltà di non rispondere).
Nel caso di Carlo Mosca, la Corte ha escluso qualsiasi contributo causale da parte sua: al contrario, ha sottolineato come il medico si sia messo a disposizione degli inquirenti fin dall’inizio, fornendo la sua versione già nell’interrogatorio di garanzia e non sottraendosi mai al confronto. Superato positivamente questo vaglio, nulla osta giuridicamente al risarcimento.
Lo Stato dovrà quindi indennizzare Mosca con circa 104 mila euro per i 17 mesi di libertà perduti. Certo, come notato dagli stessi giudici di merito, si tratta solo di un ristoro parziale: nessuna somma potrà mai restituire al dottore la serenità e la reputazione antecedenti a questa dolorosa vicenda. Tuttavia, il riconoscimento economico rappresenta un atto doveroso di giustizia riparativa, a conclusione formale di uno dei casi di errore giudiziario più clamorosi avvenuti in ambito sanitario durante la pandemia.
La normativa sull’ingiusta detenzione in Italia
La vicenda di Carlo Mosca si inserisce nel più ampio contesto delle riparazioni per ingiusta detenzione, istituto previsto dall’ordinamento per compensare chi sia stato privato della libertà da innocente.
La disciplina è contenuta negli articoli 314 e 315 del codice di procedura penale, introdotti con il nuovo codice del 1989.
Si tratta di un meccanismo di natura indennitaria (e non strettamente risarcitoria): ciò significa che l’importo liquidato non copre tutti i possibili danni sofferti, ma costituisce piuttosto un equo indennizzo stabilito ex lege per il periodo di detenzione subìto.
La norma prevede che, ricorrendone le condizioni, al soggetto prosciolto in via definitiva dopo aver trascorso un periodo in custodia cautelare spetti una somma di denaro a titolo di riparazione.
I casi tipici che danno luogo a ingiusta detenzione sono le assoluzioni irrevocabili perché “il fatto non sussiste”, “l’imputato non ha commesso il fatto” oppure “il fatto non costituisce reato” (o ancora l’archiviazione/proscioglimento in istruttoria per le medesime ragioni).
In sostanza, l’indennizzo scatta quando la persona risulta completamente innocente rispetto ai fatti che avevano giustificato la misura cautelare.
Non rientrano, invece, situazioni come l’estinzione del reato per prescrizione o amnistia, né – di regola – le assoluzioni per insufficienza di prove (sebbene di fatto oggi ogni assoluzione, anche con formula dubitativa, consenta di chiedere il ristoro, come nel caso Mosca).

La competenza a decidere sulle domande di riparazione spetta alla Corte d’Appello del distretto in cui si è svolto il processo di merito.
La richiesta deve essere presentata entro due anni dal passaggio in giudicato della sentenza di assoluzione o dalla data in cui il provvedimento restrittivo è divenuto ingiustificato.
La decisione viene presa in camera di consiglio, valutando la documentazione del caso e le memorie delle parti, senza un vero e proprio nuovo processo pubblico.
La legge fissa, inoltre, un tetto massimo all’indennizzo: attualmente la somma liquidabile non può eccedere 516.456,90 euro in totale.
Tale cifra corrisponde, infatti, alla riparazione massima prevista per il “massimo periodo di custodia cautelare ordinario” (cioè 6 anni).
In via parametrica, dalle norme si ricava un importo di massima di circa €235,82 per ogni giorno di detenzione in carcere, e di circa €117,91 per ogni giorno agli arresti domiciliari.
Questi valori standard – derivati dividendo il massimale per il numero di giorni in 6 anni – fungono da riferimento generale.
Tuttavia, la legge consente al giudice di modulare l’indennizzo in aumento, adottando un “criterio equitativo” in base alle specificità del singolo caso.
Ad esempio, possono giustificare somme maggiori conseguenze anormalmente gravose patite dall’innocente: danni documentati alla salute fisica o psichica, perdita del lavoro o di reddito, lesioni gravi alla reputazione e alla vita di relazione, etc..
Come abbiamo visto, proprio questo è avvenuto nel caso di Mosca, in cui la Corte ha riconosciuto un importo per giorno (200€) ben superiore alla media, tenuto conto della particolare eco mediatica e dello stigma che l’accusa infamante gli aveva provocato.
Non tutti coloro che vengono prosciolti dopo una custodia cautelare ottengono automaticamente la riparazione: occorre, come detto, che l’interessato non abbia contribuito a determinare l’errore giudiziario con dolo o colpa grave.
Questo aspetto è oggetto di un’applicazione piuttosto rigorosa da parte della giurisprudenza.
Ad esempio, è stato talora negato l’indennizzo a imputati che, durante le indagini, si erano avvalsi della facoltà di non rispondere o avevano taciuto elementi a discarico: tale scelta – pur essendo un diritto garantito – è stata considerata in certe pronunce alla stregua di una “condotta ostativa” che avrebbe impedito di chiarire tempestivamente i fatti, configurando quindi una sorta di concausa della detenzione sofferta.
Questa interpretazione restrittiva è assai discussa (poiché di fatto penalizza l’esercizio del diritto al silenzio), ma rende l’idea di quanto scrupoloso sia l’esame delle condotte dell’istante in sede di riparazione.
Nel caso in esame, la Corte d’Appello di Brescia ha escluso qualunque contributo colposo di Mosca: al contrario, come riportato, ha evidenziato la sua collaborazione e buona fede, condizioni che hanno aperto la strada al riconoscimento del risarcimento.
Dal punto di vista quantitativo, il fenomeno delle ingiuste detenzioni in Italia è tutt’altro che marginale. Ogni anno centinaia di persone vengono indennizzate dallo Stato per essere state arrestate innocenti.
I dati più aggiornati indicano che nel solo 2024 si sono registrati 552 casi di ingiusta detenzione riconosciuti, con una spesa complessiva liquidata dallo Stato di circa 26,9 milioni di euro.
Negli ultimi anni il numero di casi oscilla tra i 500 e i 600 annuali (era 619 nel 2023), confermando una media pluriennale vicina ai 1.000 casi l’anno se si considera un arco temporale più lungo.
Dal 1992 al 2024, si contano oltre 31.700 episodi di custodia cautelare rivelatisi ingiustificati: quasi 32 mila cittadini in Italia hanno vissuto l’esperienza di finire in cella o ai domiciliari da innocenti. In parallelo, lo Stato ha dovuto sborsare circa 901 milioni di euro in indennizzi per ingiuste detenzioni nello stesso periodo.
A queste cifre si aggiungono gli “errori giudiziari” in senso stretto (persone incarcerate con condanna definitiva e poi assolte in revisione), ma che sono molto meno frequenti.
Le ingiuste detenzioni rappresentano la stragrande maggioranza dei casi di innocenti privati della libertà: oltre il 98% del totale.
Questi numeri allarmanti denotano un problema sistemico nell’uso delle misure cautelari, che talvolta vengono applicate con eccessiva disinvoltura o sulla base di indizi risultati poi inconsistenti.
Ogni innocente in manette costituisce non solo un dramma umano, ma anche un costo per la collettività – sia in termini economici che di fiducia nella giustizia.
Il caso di Carlo Mosca, con la sua risonanza mediatica, ha contribuito a riportare l’attenzione su questi temi.
La sua vicenda incarna alla perfezione i rischi di errore giudiziario in fase preprocessuale: un’inchiesta nata da accuse poi rivelatesi infondate, un uso prolungato della custodia cautelare, una totale assoluzione e infine la riparazione pecuniaria per l’ingiusta detenzione subita.
Vicende simili trovano spesso spazio nella cronaca, alimentando il dibattito sulla necessità di maggior prudenza nell’adottare misure restrittive e di riforme per ridurre il margine di errore.
Alla fine, il dottor Mosca ha ottenuto giustizia e ristoro, ma il prezzo pagato – in termini di sofferenza personale e professionale – non potrà mai essere completamente cancellato da un assegno.
La legge sulla riparazione per ingiusta detenzione, pur fondamentale, resta un rimedio ex post: l’obiettivo primario dovrebbe essere prevenire che innocenti vengano privati della libertà, garantendo che il caso Mosca non si ripeta e che il principio costituzionale della presunzione d’innocenza trovi piena attuazione “oltre ogni ragionevole dubbio”



