Il caso Almasri: dinamiche giuridiche e implicazioni internazionali
L’Italia, che ha avuto un ruolo fondamentale nella creazione della Corte Penale Internazionale nel 1998, si trova oggi al centro di una vicenda che non solo ha danneggiato la sua reputazione internazionale, ma ha anche sollevato interrogativi sulla sua capacità di rispettare gli obblighi assunti nel quadro del diritto internazionale.
La vicenda ha avuto origine con l’emissione, il 18 gennaio 2025, di un mandato di arresto nei confronti di Almasri da parte della Corte Penale Internazionale per crimini contro l’umanità.
La segnalazione di Interpol, inizialmente classificata come “blue notice” e successivamente elevata a “red notice”, ha reso Almasri un soggetto ricercato a livello internazionale.
Cosa è una Red Notice?
Una Red Notice è una richiesta di arresto provvisorio emessa dall’Interpol su richiesta di uno Stato membro o di un’organizzazione internazionale, come la Corte Penale Internazionale.
Sebbene non equivalga a un mandato di arresto, funge da strumento per segnalare a tutte le forze di polizia aderenti all’Interpol la presenza di un soggetto ricercato, al fine di agevolarne l’arresto e l’eventuale estradizione.
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La Red Notice non obbliga gli Stati a eseguire l’arresto, ma rappresenta un forte strumento di cooperazione internazionale nella lotta contro la criminalità transnazionale e i crimini di guerra.
L’arresto e la successiva scarcerazione
In conformità alle procedure stabilite dallo Statuto di Roma, l’ambasciata italiana nei Paesi Bassi ha ricevuto l’informazione ufficiale e ha notificato il Ministero della Giustizia.
La mattina del 19 gennaio 2025, la DIGOS di Torino ha proceduto all’arresto di Almasri, dando corretta esecuzione al mandato della CPI.
Secondo la normativa vigente, il Procuratore Generale presso la Corte d’Appello di Roma avrebbe dovuto immediatamente avviare l’iter per la convalida della custodia cautelare e la successiva consegna del soggetto alla Corte.
Tuttavia, la gestione giudiziaria ha seguito un percorso anomalo.
Invece di applicare le disposizioni della legge n. 237/2012, che disciplina l’adeguamento dell’ordinamento italiano alle norme della CPI, il Procuratore Generale ha chiesto alla Corte d’Appello di dichiarare l’irritualità dell’arresto, sostenendo la necessità di una previa interlocuzione con il Ministero della Giustizia.
Tale interpretazione, oltre a non trovare fondamento normativo, ha portato alla scarcerazione immediata di Almasri e alla sua espulsione in Libia su decisione del Ministro dell’Interno Matteo Piantedosi.

Disposizioni di legge sull’arresto tramite la CPI e il ruolo del Ministero della Giustizia
La cooperazione dell’Italia con la Corte Penale Internazionale (CPI) è regolata dalla Legge 20 dicembre 2012, n. 237, che adegua l’ordinamento interno alle disposizioni dello Statuto di Roma.
In particolare, l’articolo 11 disciplina la procedura di consegna di persone ricercate dalla CPI.
Esso stabilisce che, in presenza di un mandato di arresto emesso dalla CPI nei confronti di una persona presente sul territorio italiano, il Procuratore Generale presso la Corte d’Appello di Roma deve richiedere alla stessa Corte l’applicazione della misura della custodia cautelare in carcere. Il testo recita:
“Se la Corte penale internazionale ha emesso un mandato di arresto ovvero una sentenza di condanna a pena detentiva a carico di una persona che si trovi sul territorio italiano, il procuratore generale presso la Corte di appello di Roma chiede alla stessa Corte d’appello l’applicazione della misura della custodia cautelare in carcere.”
Questo procedimento non prevede, quindi, un intervento preliminare del Ministero della Giustizia.
Pertanto, l’arresto di Almasri da parte della DIGOS di Torino era conforme alla normativa vigente, e la successiva richiesta del Procuratore Generale di dichiarare l’irritualità dell’arresto, basata sulla presunta necessità di una previa interlocuzione con il Ministero, appare priva di fondamento giuridico.
L’errore giudiziario è evidente nel mancato rispetto delle procedure previste dallo Statuto di Roma e dalla legislazione nazionale.
L’articolo 86 dello Statuto di Roma obbliga gli Stati parte a cooperare pienamente con la CPI, mentre la legge n. 237/2012 prevede un iter specifico che non richiede alcuna interlocuzione preventiva tra il Ministero della Giustizia e la Procura Generale prima dell’esecuzione del mandato.
L’arresto eseguito dalla DIGOS era, quindi, pienamente conforme alle disposizioni internazionali e nazionali, e la successiva decisione della Corte d’Appello ha costituito un precedente pericoloso che potrebbe compromettere la futura collaborazione dell’Italia con la giustizia internazionale.
Disposizioni del Testo Unico sull’Immigrazione
L’espulsione di Almasri in Libia rappresenta un ulteriore elemento di criticità.
Il Testo Unico sull’Immigrazione (D.Lgs. 286/1998) consente il ricorso all’espulsione amministrativa per ragioni di sicurezza nazionale, ma questa misura non può essere adottata quando vi sono obblighi internazionali di cooperazione giudiziaria o quando il soggetto rischia trattamenti inumani o degradanti nel Paese di destinazione, in violazione dell’articolo 3 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo.
L’azione del Ministro Piantedosi, quindi, ha eluso un mandato di arresto internazionale ed ha anche sollevato dubbi sul rispetto degli obblighi in materia di diritti umani.
Vi è però da dire che, data la posizione di rilievo di Almasri come comandante della polizia giudiziaria libica, è improbabile che egli stesso sia soggetto a torture o trattamenti inumani una volta rientrato nel suo Paese.
Al contrario, le accuse mosse contro di lui riguardano presunti crimini di tortura e maltrattamenti perpetrati nei confronti di detenuti nel carcere di Mitiga a Tripoli.
Il Decreto Legislativo 25 luglio 1998, n. 286, noto come Testo Unico sull’Immigrazione, disciplina le norme relative all’ingresso, soggiorno ed espulsione degli stranieri nel territorio italiano.
L’articolo 13, comma 1, prevede che: “Per motivi di ordine pubblico o di sicurezza dello Stato, il Ministro dell’interno o, su sua delega, il prefetto, dispone l’espulsione dello straniero anche se munito di permesso di soggiorno.”
L’ordine di arresto a carico di Netanyahu e le sanzioni statunitensi contro la CPI
Recentemente, la Corte ha emesso mandati di arresto nei confronti del Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu e dell’ex Ministro della Difesa Yoav Gallant per crimini di guerra e crimini contro l’umanità commessi nella Striscia di Gaza.
Il 6 febbraio 2025, il Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha firmato un ordine esecutivo imponendo sanzioni alla Corte Penale Internazionale (CPI), accusandola di condurre azioni “ingiustificate e illegali” contro gli Stati Uniti e il loro alleato, Israele.
Questo provvedimento vieta l’ingresso negli Stati Uniti ai funzionari, dipendenti e rappresentanti della CPI, nonché ai loro familiari stretti e a chiunque sia coinvolto nelle attività investigative della Corte.
Inoltre, l’ordine prevede il congelamento di eventuali beni posseduti da queste persone negli Stati Uniti.
Secondo Trump, la Corte rappresenta un’istituzione politicizzata e ostile agli interessi americani e israeliani.
Questo episodio conferma la crescente politicizzazione della giustizia internazionale e la difficoltà nell’applicazione dei mandati di arresto nei confronti di leader di Stati potenti.
Già nel giugno 2020, l’allora Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, aveva emesso l’Ordine Esecutivo 13928, intitolato “Blocking Property of Certain Persons Associated with the International Criminal Court“.
Questo ordine dichiarava un’emergenza nazionale rispetto alla CPI, accusata di minacciare la sovranità degli Stati Uniti e dei loro alleati.

In base all’ordine, venivano imposte sanzioni economiche e restrizioni sui visti ai funzionari della CPI coinvolti in indagini o procedimenti contro personale statunitense o di Paesi alleati.
L’ordine esecutivo si basava sull’International Emergency Economic Powers Act (IEEPA), una legge federale del 1977 che conferisce al Presidente l’autorità di regolamentare il commercio dopo aver dichiarato un’emergenza nazionale in risposta a minacce insolite e straordinarie per gli Stati Uniti.
Successivamente, nel 2021, il Presidente Joe Biden ha revocato l’Ordine Esecutivo 13928, eliminando le sanzioni imposte alla CPI e ai suoi funzionari.
La visita di Putin in Mongolia e l’applicazione delle “red notice”
Nel settembre 2024, il Presidente russo Vladimir Putin ha effettuato una visita ufficiale in Mongolia, nonostante fosse soggetto a un mandato di arresto emesso dalla CPI nel marzo 2023 per crimini di guerra in Ucraina.
La Mongolia è uno Stato parte dello Statuto di Roma e, in quanto tale, avrebbe l’obbligo di cooperare con la CPI nell’arresto di individui ricercati.
Tuttavia, durante la visita di Putin, le autorità mongole non hanno proceduto all’arresto, sollevando interrogativi sull’effettiva applicazione delle “red notice” emesse dall’Interpol su richiesta della CPI.

Almasri – Italia: decisione politica – strategica?
La decisione del governo italiano di espellere Almasri può essere letta in una prospettiva più ampia che tiene conto di interessi strategici e politici.
L’Italia ha un rapporto complesso con la Libia, sia per questioni legate ai flussi migratori, sia per gli interessi economici, in particolare le operazioni di Eni nel settore energetico.
La gestione delle relazioni con la Libia è quindi fondamentale per il governo, e la scelta di espellere Almasri potrebbe essere stata motivata dalla volontà di mantenere rapporti stabili con le autorità libiche.
Allo stesso tempo, il dibattito politico interno ha amplificato la vicenda, trasformandola in un teatro di scontro tra governo e opposizione, con il rischio di compromettere ulteriormente la credibilità internazionale dell’Italia.
Quale futuro per la Corte Penale Internazionale?

Gli episodi legati al caso Almasri, alle tensioni con gli Stati Uniti e alla mancata esecuzione del mandato di arresto nei confronti di Putin sollevano interrogativi sul futuro della Corte Penale Internazionale.
La CPI, pur essendo un organismo giuridico di fondamentale importanza per la lotta contro l’impunità, si trova spesso a dover affrontare resistenze politiche che ne limitano l’efficacia.
Il rischio maggiore è quello di una giustizia internazionale percepita come selettiva e priva di strumenti coercitivi reali.
Se la comunità internazionale desidera rafforzare il ruolo della CPI, sarà necessario un maggiore impegno da parte degli Stati membri nel rispettare gli obblighi derivanti dallo Statuto di Roma e nel garantire l’esecuzione dei mandati di arresto, indipendentemente dalle implicazioni politiche.



